L’epoca che viviamo è dominata da una vera “fissazione mentale”. Siamo abituati a pensare che la nostra coscienza, la nostra identità e persino la nostra anima siano un prodotto esclusivo del cervello, una specie di computer biologico racchiuso dentro la scatola cranica. Ma siamo davvero solo questo? Una mente iperattiva e slegata dal resto del corpo?
La scienza più accorta e d’avanguardia (come le neuroscienze incarnate, la teoria della “mente embodied”, il panpsichismo, le teorie della coscienza non locale…) sta finalmente dimostrando ciò che i mistici e i poeti sanno da sempre: la coscienza non è un prodotto del cervello. La coscienza è diffusa, vive nella biologia, pulsa nel nostro radicamento. E, se vogliamo essere precisi, possiamo dire che ha una sede molto più nobile e terrena: i nostri piedi.
A intuire questo ribaltamento filosofico in modo clamorosamente profetico fu Alberto Savinio (nome d’arte di Andrea de Chirico, fratello di Giorgio de Chirico), che l’11 giugno 1949 pubblicò sul Corriere della Sera un articolo visionario intitolato Inno al piede. L’articolo è pubblicato alle pagine 967-970 del volume Opere – Scritti dispersi 1943-1952, Bompiani 1989. Nell’elzevìro Savinio scrisse una frase che oggi risuona come un manifesto per il mio blog di Dai Piedi al Cielo: «È nei piedi la nostra coscienza.»

Nel suo articolo, analizzando l’abitudine della società (e in particolare delle donne del suo tempo) a preferire la comodità passiva dei veicoli al cammino autonomo, Savinio non faceva una semplice critica di costume: stava parlando di qualcosa di più profondo, l’autonomia morale e spirituale dell’essere umano.

«C’è interdipendenza strettissima tra cervello e piedi. I nostri piedi sono molto più che gli strumenti della nostra autonomia fisica: sono gli strumenti della nostra autonomia morale.»

è nei piedi la nostra coscienzaSavinio aveva capito, con decenni di anticipo, che quando separiamo il pensiero dal movimento, quando la testa si scollega dai piedi, la coscienza si ammala. Diventa “decubitale” e priva di direzione, disconnessa dalla realtà. Raccontando di quando una sciatica lo costrinse a letto per mesi, ammette che lo scrivere da sdraiato produceva un pensiero piatto, “radente”, privo di profondità. Al contrario, i pensieri nati camminando hanno il ritmo della vita e la forza della verticalità.

Se oggi soffriamo di ansia, di scollamento dalla realtà e di una perenne iper-attivazione mentale, è proprio perché abbiamo dimenticato questa verità podistica: la testa rimugina, ma sono i piedi che sanno.

Per me che su Dai piedi al cielo celebro la sacralità e il fascino del piede femminile, la lezione di Alberto Savinio è illuminante. Lo scrittore lega indissolubilmente la libertà della donna alla forza e alla consapevolezza delle sue estremità:

«È nei piedi la nostra indipendenza. È nei piedi il nostro senso della responsabilità, profondissimo tra i sentimenti umani.»

Una donna che impara ad ascoltare i propri piedi, che ne riscopre la sensibilità nuda, la cura e il contatto primordiale con il suolo, sta compiendo un atto di ribellione contro la dittatura del “cerebrale”. Il piede femminile non è un oggetto inerte da esibire, né un semplice supporto: è un organo di senso spirituale. Quando una donna cammina con questa consapevolezza, la sua coscienza non è confinata nei pensieri astratti della mente: si esprime in ogni millimetro di pelle che tocca la terra, in ogni arco plantare che si flette, in ogni passo che rivendica uno spazio nel mondo.

Dai Piedi al Cielo: la via della verticalità

Savinio scriveva che «la scienza del camminare fa parte dell’educazione musicale ed è la forma elementare della danza». Ed è proprio questa danza che ci permette di abitare la nostra interezza.

La mente mente, il cervello elabora dati, ma la coscienza risiede nei piedi perché sono i piedi a tenerci ancorati alla verità della terra. E solo quando siamo perfettamente radicati in basso, possiamo estenderci leggeri verso l’alto. Le ali di Mercurio, il dio delle strade terrestri e celesti amato da Savinio, non crescono sulla testa: crescono sulle caviglie.

La prossima volta che ti senti sopraffatta dai pensieri, stacca la spina al cervello. Togli le scarpe, guarda i tuoi piedi, ascoltali.

Se senti il bisogno di riconnetterti davvero con questa parte sacra del tuo essere e di risvegliare quella sapienza profonda che la mente censura, ti aspetto nel mio studio di riflessologia plantare alchimistica. Lì, attraverso il tocco e l’ascolto, faremo parlare la vera mappa della tua anima. Perché la tua coscienza è proprio lì, nei tuoi piedi, pronta a rimettersi in cammino.

 

è nei piedi la nostra coscienza




Roberto Ellero
Operatore olistico di riflessologia plantare alchimistica. L'esperienza di vita è unica, individuale. Ma d'altra parte si usa parlare di metodi di riflessologia plantare: per praticità definisco il mio rapporto col piede come metodo di riflessologia plantare alchimistica. Coincide col mio dharma. Esso deriva dall'integrazione interiore alchemica di vari strumenti di indagine, con cui ho ampliato la mia coscienza e sensibilità, ne riporto alcuni: la pratica esecutiva e di ascolto nella musica colta occidentale, studi letterari e filosofici, l'utilizzo autoriale del Web e della multimedialità per approfondire le sinestesie, la pratica del tango argentino, la pratica devozionale tantrica di mano destra Guru Yoga nel buddhismo tibetano Karma Kagyu, la pratica tantrica di mano sinistra del trattamento taoista del piede, il corpo inteso come laboratorio dell'Anima e il trattamento come un atto di trasmutazione alchemica. E' un metodo, ma funziona solo con le mie mani. Nei miei trattamenti coesistono vari approcci secondo la situazione di ciascun trattamento e ricevente: alchimia metabolica, punti riflessi e canali energetici, sistema nervoso, circolazione sanguigna e linfatica, psicosomatica e corpi sottili, biorisonanza corporea musicale, massaggio, chakra riflessi sul piede, sacralità del tocco e sensorialità. Il mio contributo al settore olistico è l'offerta di un modello in cui la pratica spirituale e corporea è giustificata e approfondita dal rigore analitico e culturale, stabilendo un ponte tra la metafisica della musica, l'etica della tecnologia e la fenomenologia del contatto, superando definitivamente i confini disciplinari tradizionali.